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Perché iniziamo tanti progetti e ne finiamo così pochi?

Iniziare entusiasma; finire richiede di attraversare dubbi, routine e imperfezione. Una riflessione su ciò che accade nel mezzo.

7 min di lettura
Perché iniziamo tanti progetti e ne finiamo così pochi?

All'inizio, un nuovo progetto sembra offrirci molto. Nei primi giorni, quasi tutto appare possibile.

L'idea non ha ancora incontrato i suoi limiti, i problemi non sono diventati visibili e la versione che immaginiamo vive in un luogo in cui niente va storto. Può trattarsi di un libro, di un'attività, di un canale, di un cambiamento in casa o di un obiettivo personale. Finché è nuovo, il progetto ci dà energia senza chiederci ancora risultati.

Finire è diverso. Significa affrontare tutto ciò che l'immaginazione ha potuto evitare: scelte definitive, lavoro ripetitivo, errori, rinunce e un risultato che probabilmente sarà meno perfetto di quello che avevamo in mente.

Forse è per questo che continuiamo a iniziare nuovi progetti. L'inizio ci permette di provare una possibilità. La fine ci chiede di accettare una realtà.

All'inizio ogni versione è ancora possibile

Un'idea nuova non contiene errori. Non contiene neppure ritardi, contraddizioni o decisioni difficili. Prima di prendere forma, può essere tutto nello stesso momento.

Questa apertura ci attrae. Quando pensiamo a un nuovo progetto, non vediamo soltanto il lavoro necessario. Vediamo la persona che potremmo diventare attraverso quel progetto: più creativa, più organizzata, più libera o più costante.

Iniziare, quindi, non vuol dire soltanto avviare un compito. Vuol dire avvicinarsi a un'identità desiderata.

La difficoltà arriva quando il progetto smette di rappresentare una possibilità e comincia a richiedere continuità. Immaginarsi a scrivere è facile; rileggere lo stesso paragrafo per la quarta volta lo è molto meno. Immaginare uno spazio nuovo è stimolante; scegliere misure, costi e priorità non ha lo stesso fascino.

Il progetto non è necessariamente peggiorato. Ha soltanto smesso di essere astratto.

La novità fa sembrare il lavoro più semplice

All'inizio, ogni piccola azione produce un cambiamento visibile. Aprire il documento, scegliere un nome, raccogliere riferimenti o preparare il primo abbozzo dà subito la sensazione di avanzare.

Più avanti, il progresso diventa meno evidente. Possiamo passare un'intera giornata a correggere qualcosa che quasi nessuno noterà. Alcune decisioni non aggiungono nulla di nuovo; evitano semplicemente che l'insieme diventi incoerente. Lo sforzo aumenta mentre la ricompensa visibile diminuisce.

È proprio allora che una nuova idea compare e ci restituisce ciò che il progetto attuale non riesce più a darci: freschezza, velocità e un futuro ancora privo di complicazioni.

Lasciare un progetto per un altro non sembra sempre una rinuncia. Spesso sembra un modo per ritrovare entusiasmo. Ed è questo che rende il meccanismo così facile da ripetere.

Quasi tutto il lavoro vive nel mezzo

Parliamo spesso di iniziare e di finire, ma la maggior parte del lavoro si trova nel mezzo.

Il mezzo non ha la chiarezza del primo passo né il sollievo dell'ultimo. È la fase in cui abbiamo già investito abbastanza da non voler rinunciare, ma non siamo ancora così avanti da vedere la conclusione vicina.

È anche il momento in cui arrivano le domande scomode:

  • l'idea è davvero buona?
  • vale ancora la pena continuare?
  • ho scelto la direzione giusta?
  • e se il risultato non fosse all'altezza dello sforzo?

Sono domande utili. Un progetto non merita di continuare soltanto perché è stato iniziato. Ma quando ricompaiono ogni volta che l'entusiasmo diminuisce, smettono di essere uno strumento di valutazione e diventano una via d'uscita.

Non tutti i dubbi ci stanno dicendo di fermarci. A volte indicano soltanto che la novità è finita e che il lavoro vero è cominciato.

Tavolo da lavoro con materiali ordinati su un lato, schizzi e ritagli accumulati al centro e spazio libero all'altra estremità.

La motivazione non può sostenere tutto da sola

Pretendere che la volontà del primo giorno rimanga intatta fino alla fine significa chiedere alla motivazione una stabilità che raramente possiede.

Ci sono giorni in cui il progetto sembra importante e altri in cui assomiglia a un obbligo creato da una versione troppo ottimista di noi stessi. Se lavoriamo soltanto quando ritorna l'energia iniziale, il progetto dipenderà da uno stato emotivo che non controlliamo.

La disciplina è meno entusiasmante, ma più affidabile. Non deve trasformare ogni sessione in una prova di forza. Può essere un accordo modesto: tornare al progetto a un orario stabilito, completare una parte limitata o decidere il prossimo passo prima di fermarsi.

L'obiettivo non è lavorare sempre con la stessa intensità. È ridurre il numero di volte in cui dobbiamo ricominciare da zero.

Il perfezionismo sa mascherarsi da rigore

Alcuni progetti non finiscono perché vogliamo farli bene. Altri non finiscono perché “farli bene” è diventato un traguardo che si allontana ogni volta che ci avviciniamo.

Il perfezionismo raramente si presenta come paura. Preferisce chiamarsi cura, rigore o ambizione. Dice che manca soltanto un'altra revisione, un'altra funzione, un'altra alternativa. Ci tiene occupati e, nello stesso tempo, ci protegge dal momento in cui il lavoro smette di essere privato.

Finché un progetto rimane incompiuto, possiamo ancora credere che sarebbe eccellente se avessimo più tempo. Una volta concluso, può essere visto, giudicato o ignorato.

Finire significa perdere il controllo sul modo in cui il risultato verrà accolto. Rimandare la conclusione può quindi essere un modo per conservare la versione ideale del progetto: quella che non ha mai dovuto incontrare il mondo.

Alcuni progetti devono essere lasciati andare

Riconoscere il valore della conclusione non significa trasformare ogni inizio in un obbligo eterno.

Ci sono idee che non hanno più senso. Ci sono progetti nati da una priorità ormai cambiata. E ci sono esperimenti il cui valore consiste proprio nell'aver scoperto che non vogliamo proseguire.

Decidere di smettere è diverso dal lasciare qualcosa per distrazione.

Quando chiudiamo consapevolmente un progetto, possiamo spiegare il motivo, riconoscere ciò che abbiamo imparato e liberare spazio. Quando semplicemente non ci torniamo più, il progetto resta aperto sullo sfondo, occupa attenzione e produce una colpa indistinta.

Forse non dobbiamo finire tutto. Dobbiamo però dare una destinazione chiara a ciò che iniziamo: continuare, ridurre, completare oppure chiudere.

A volte finire significa fare meno

Molti progetti diventano impossibili perché continuano a crescere. Un'idea che poteva richiedere una settimana si trasforma in un piano di diversi mesi. Ogni riferimento aggiunge una possibilità e ogni possibilità comincia a sembrare necessaria.

Ridurre l'ampiezza di un progetto non ne diminuisce automaticamente il valore. A volte è l'unico modo per capire che cosa conta davvero.

Una prima versione può rispondere a una domanda invece che a cinque. Un progetto personale può essere concluso per dieci persone prima di provare a servirne mille. Un testo può sviluppare un'idea con chiarezza senza esaurire l'argomento.

Per finire serve un confine. Senza quel confine, ogni progetto può continuare a migliorare all'infinito — e non arrivare mai a esistere davvero.

Anche l'ultima parte merita energia

Spesso spendiamo quasi tutto l'entusiasmo nell'inizio e lasciamo alla fine soltanto la stanchezza.

Ma concludere non è un dettaglio amministrativo. Rivedere, tagliare, provare, organizzare e presentare fanno parte del progetto. Se trattiamo queste attività come residui poco importanti, la fine sembrerà sempre una serie di ostacoli fra noi e la prossima idea.

Potrebbe essere utile conservare un po' di curiosità per questa fase. Anche la conclusione contiene scoperte: capire che cosa è rimasto dell'idea iniziale, che cosa è cambiato durante il percorso e che cosa è diventato chiaro soltanto perché abbiamo insistito abbastanza.

Iniziare rivela ciò che desideriamo fare. Finire rivela ciò che siamo riusciti a costruire con quel desiderio.

Un progetto finito non deve essere definitivo

Una parte della difficoltà nasce dal significato che attribuiamo alla parola “fine”. Sembra una dichiarazione assoluta: è pronto, mi rappresenta e non può più cambiare.

Nella maggior parte dei progetti non è così.

Finire può voler dire soltanto che questa versione raggiunge l'obiettivo stabilito. Potranno esserci un'altra edizione, un altro tentativo o un nuovo progetto costruito su ciò che abbiamo imparato. La fine non elimina la possibilità di migliorare; impedisce soltanto che il miglioramento diventi una scusa infinita.

Forse la domanda più utile non è “come posso mantenere la motivazione fino alla fine?”, ma “qual è la versione più onesta di questo progetto che posso completare adesso?”.

Iniziare continuerà a essere più seducente. C'è libertà nella prima pagina, nel nome nuovo e nella promessa di trasformazione. Ma sono i progetti conclusi — anche imperfetti, piccoli o diversi dal piano — a restituire qualcosa al mondo.

Gli altri restituiscono soprattutto possibilità. E le possibilità, per quanto belle, non possono fare da sole il lavoro di qualcosa che esiste davvero.

Nicolau Alfredo

L'autore

Nicolau Alfredo

Programmatore, creator e curioso per natura.

Scrivo di idee, marketing, film, documentari, videogiochi e di tutto ciò che accende la mia curiosità.

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